Luigi Sturzo Ecologista?

di Mons. MICHELE PENNISI

Vescovo di Piazza Armerina

1. Introduzione

II mio interesse per i temi della salvaguardia dell’ambiente in Luigi Sturzo risale ad  circa 30 anni fa. Nel dicembre 1982 fui invitato a Zafferana Etnea ad una tavola rotonda sul tema «L’attualità del pensiero sturziano per il recupero e la valorizzazione delle aree montane» a cui furono invitati illustri esponenti del mondo accademico e politico siciliano.[1] Quando mi proposero il tema pensavo di poter scovare ben poco negli scritti di Sturzo, ma con mia meraviglia trovai tutta una serie di articoli puntuali sul problema forestale e sul recupero ambientale delle aree montane, che anche oggi rivestono un certo interesse.

Del problema della salvaguardia dell’ambiente in Luigi Sturzo si è occupato Gabriele De Rosa parlando del suo impegno meridionalista[2] e in modo più organico nella prolusione alla “Cattedra Sturzo” del 1990 a Caltagirone dal titolo «Ambientalismo e storia da Sturzo ad oggi»[3]. Il sottoscritto se ne è occupato in modo organico in una relazione al Convegno “La terra e l’uomo: l’ambiente e le scelte della ragione” tenutosi nel 1991 in collaborazione tra lo Studio Teologico di Catania e l’Università degli Studi della città etnea[4].

Gli scritti di Sturzo che possono riferirsi all’intervento dell’uomo sull’ambiente e alla sua tutela e valorizzazione sono lontani da ogni terminologia che oggi chiamiamo “ecologica”. Per Sturzo l’ambiente naturale si collega con l’ambiente umano e comprende anche le opere realizzate dall’uomo (monumenti, chiese, strade, infrastrutture urbanistiche) e le tradizioni di un popolo che vive in un territorio.

  1. Questione ambientale e problemi locali

 

Secondo De Rosa per Sturzo la «lesione dell’ambiente non faceva parte dei discorsi sugli equilibri o gli squilibri di un ecosistema, ma faceva parte dei discorsi di politica economica».

I problemi dell’ambiente della sua tutela erano ancora visti “localmente” nell’ambito «di una politica economica circoscritta nello spazio, che riguardava questa montagna, quel fiume, quella foresta, quel lago»[5].

Sturzo nel parlare di problemi ambientali parte spesso dalla sua città Caltagirone e nomina “il bosco di S. Pietro o le “calanche di san Giorgio”, il panorama, i quartieri, le chiese, il suono delle campane, l’odore del gelsomino e della citronella della casa paterna. «Di tanto in tanto — scriveva dall’esilio al fratello Mario vescovo di Piazza Armerina nella primavera del 1934 — io sogno Caltagirone e sempre con un ciclo luminoso. Non sogno mai il panorama di altra città, ma solo delle località particolari. Ma di Caltagirone il panorama, che del resto è bello»[6].

 Nell’interesse per la salvaguardia della natura  in  don Luigi c’era una componente emotiva, un amore per  il paesaggio, per gli alberi, che spesso era argomento nelle lettere con il fratello Mario vescovo di Piazza Armerina . Nei sedici anni del suo soggiorno londinese Sturzo andava nei parchi, pensava, meditava, stava con gli alberi.

In un articolo del 1950 giustifica con accenni autobiografici il suo interesse per la sistemazione ambientale: «Sarà stato merito, o colpa, di mio padre che io dia tanta importanza alla sistemazione idraulico-forestale del nostro paese e all’incremento e sviluppo delle zone boschive; (…). Di fronte ai frenetici disboscamenti delle zone montane e delle pendici collinose avvenuti in Sicilia dopo il ’60, mio padre soleva dire; vedrete cosa resterà fra trenta o quaranta anni della fertilità della nostra isola che sarà ridotta tutta come le calanche di San Giorgio. Le “calanche di S. Giorgio” — spiegava Sturzo — sono a tergo della città di Caltagirone; oggi sono divenute voragine. Di simili calanche il mezzogiorno e le isole ne contengono gran numero; quelle di san Giorgio saranno le più tipiche»[7]. Oggi in queste calanche, che sono state in parte oggetto di lavori di rimboschimento, è stato ricavato un parco.

         Sturzo durante il quindicennio in cui fu  pro-sindaco dovette sostenere una dura e lunga battaglia per tentare dì salvare il bosco demaniale di Santo Pietro dalla quotizzazione. Egli mostrò la sua assoluta contrarietà alla divisione fra i contadini poveri del bosco, che comprendeva la più grande sughereta d’Italia con i suoi quasi 63.000 alberi, in quanto assegnava grande rilievo sia al cespite della vendita dei sugheri per poi promuovere l’industria cooperativa dei turaccioli, in un tempo in cui non esisteva ancora la plastica, sia alla influenza del bosco nel sistema agrario e idrogeologico del territorio. Nell’impostare il problema della salvaguardia del bosco di Santo Pietro Sturzo coniuga la motivazione economica con quella più squisitamente ecologica. A proposito del bosco di Santo Pietro scrive in un articolo del 1950- «E dire che io avevo lottato per venti anni contro la quotizzazione del demanio di Santo Pietro, che solo dopo l’avvento del fascismo e la visita sul posto di Mussolini fu smembrato per la seconda volta(la prima avvenne qualche anno prima della mia entrata nella vita pubblica).[8]    

Sturzo rivolse sempre una particolare attenzione alla Sicilia. Scriveva nel 1952:

«La Sicilia ha la più scarsa percentuale di terreni boschivi, mentre data la posizione mediterranea con lunghe stagioni secche e insufficienti piogge periodiche, dovrebbe avere una zona boschiva assai superiore a quella delle altre regioni d’Italia. Mi è stato riferito che uno studioso straniero […] ha calcolato che nell’ultimo cinquantennio i fiumi e i torrenti hanno buttato a mare  tanta terra quanto è  l’attuale suolo coltivabile siciliano»[9].

2. Tutela dell’ambiente e sviluppo economico

Gabriella Fanello Marcucci in una sua biografia di Luigi Sturzo pubblicata da Mondadori  lo definisce un ambientalista ante litteram” e scrive:” Fra i tanti interventi politici di Sturzo, a testimonianza del suo particolare interesse per la salvaguardia dell’ambiente va citata la sua difesa delle foreste. Era dettata dalla convinzione che esiste un rapporto stretto fra rispetto, tutela, promozione ambientale e vita dell’uomo. A cominciare, appunto dalle foreste e dalle montagne. Tale difesa era anche dettata da un altro imprescindibile legame, che univa le possibilità di sviluppo economico proprio alla corretta conservazione delle foreste”[10].

Per Sturzo la tutela dell’ambiente soprattutto della montagna e dei boschi è collegalo con uno sviluppo economico orientato verso il bene comune.

Scrivendo al presidente del congresso nazionale di silvicoltura tenutosi all’Aquila nell’ottobre del 1948, affermava:

«È proprio necessario in questo paese devastato dalla guerra ridestare l’amore e il culto della montagna, la montagna vivificala dall’albero, resa salda e feconda dai folti boschi»”[11].

Si noti l’importanza che Sturzo da nel processo di ricostruzione post-bellica al rispetto per la montagna e le foreste per le quali parla con una terminologia di sapore quasi religioso di “amore” e di “culto”.

L’avvio di una lungimirante politica forestale era per Sturzo un atto di intelligenza politica che si imponeva di fronte al disinteresse della opinione pubblica e alla miopia di molti politici e burocrati:  «è questo — scriveva nel gennaio 1949 — uno dei quei problemi per i quali l’italiano medio e il politicante medio non hanno occhi per vedere, orecchie per sentire e cervello per comprendere. Pertanto è uno di quei problemi che si rimandano di generazione in generazione, sempre più grave, sempre più esteso, sempre più dannoso, e, per essere avviato a soluzione sempre più costoso»”[12].

Anche per la Sicilia il problema principale era per Sturzo quello delle foreste:

 «La ricostituzione forestale della Sicilia —scriveva a Silvio Milazzo — è un dovere della regione e sarà  la migliore opera che la regione potrà fare a vantaggio dell’isola, al punto che se fosse questa sola l’utilità dell’autonomia basterebbe a giustificarla davanti a tutti i detrattori, di qua e di là dei faro, che per misoneismo, per pigrizia mentale, per interessi piccini ed egoistici, vi sono ostili»[13]

A proposito degli interventi di rimboschimento scriveva: “Pensare che in certi cantieri di rimboschimenti del piano Fanfani gli operai sono rimasti senza lavoro (ma non senza paga), per mancanza di previsione di fondi per comprare le piantine! Caso strano; c’erano i disoccupati (anche muratori e barbieri), che dovevano piantare le piantine; c’erano anche le piantine nei vivai; ma non c’era il fondo per comprare le piantine. Piccola dimenticanza burocratica!”[14]

Nel giugno 1959 definiva la sistemazione forestale del Mezzogiorno come il «problema dei problemi», nonostante la dichiarata volontà governativa di affrontarlo e i grandi progetti di iniziative e pianificazioni. Scriveva Sturzo:

“È mia impressione (e la do per impressione) che la spesa fatta nel campo forestale da oltre dieci anni sia stata ragguardevole, ma i risultati, parlo del Mezzogiorno e delle Isole, siano stati mediocri e in certe zone addirittura negativi. Dico impressione, perché i dati ufficiali non mi soddisfano; i dati informativi sono, a mio giudizio, incompleti; le fanfare della festa degli alberi e le medaglie (anch’io ne ho una con mia sorpresa, e soddisfazione anche per la mia costante fedeltà al tema) non sono indice sufficiente della realtà operativa del ministero e del relativo Corpo forestale.[15]

Annotava che il corpo forestale non veniva dotato della necessaria preparazione teorica e tecnica: ricordava come esistessero «una facoltà universitaria, un’accademia, qualche centro sperimentale (naturalmente in Toscana)»; c’era anche una «scuoletta ad Edolo, eccezione degna di nota; per il resto nulla di nulla»; c’era ovunque una «preparazione generica accompagnata da conoscenze superficiali»; il corpo, insomma, era reclutato «alla men peggio»:

 “L’autonomia di tale Corpo è mal congegnata e senza senso di responsabilità. Il demanio forestale può dirsi dominio delle gerarchie: progetti, appalti, esecuzioni dirette, collaudi (anche di impiantì andati a male o attecchiti… come dire…? provvisoriamente). Qualche maldicente aggiunge esservi stati dei collaudi di impianti eseguiti parte sul terreno e parte sulla carta. Si era parlato di un’inchiesta, in merito agli impianti sulla carta. Si saprà la verità? Quel che si sa è che la montagna parla: la montagna meridionale è lì, ferma a vista d’occhio anche dei ministri […]; chi si sente senza colpa scagli la prima pietra. E no: essi sono stati o sono ministri dell’Agricoltura, non ho l’impressione esatta che siano stati anche ministri delle Foreste.[16]

Sturzo riportava il parere di un tecnico americano il quale, dopo aver visitato la Sicilia, diceva che l’isola aveva perduto, in quasi mezzo secolo, la superficie coltivata e fertilizzata per le alluvioni, per le acque non regimentate, per i venti non corretti da frangivento. Ed erano questi tutti i risultati della scarsa cura dei boschi montani.

Aggiungeva Sturzo:

“Ha mai la Cassa per il Mezzogiorno studiato tali problemi? E sì che li cono-sce attraverso un personale pratico della materia; ma tra le pretese dei forestali e le insistenze del ministero con l’aggiunta dell’incompetenza (in materia) della delegazione speciale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, la Cassa per il Mezzogiorno ha dato anch’essa l’esempio di procedere ad ambiziose bonifiche di pianura, senza considerare appieno né sviluppare convenientemente e tempestivamente la protezione montana. Durante i grandi lavori di bonifica nella piana di Catania vi sono state tre alluvioni del Simeto, del Gornalunga e altri corsi d’acqua; e parecchio si è dovuto rifare. La sistemazione del Simeto ebbe dai LL.PP. l’insufficiente finanziamento […] per attuare solamente i lavori dell’ansa di quel fiume. La diga di Disueli, in quel di Gela [… ] ha dovuto subire, per interramenti e danni, due interventi salutari; ma il peggio è che non avendo quella pianura regolare pendio così da consentire lo sbocco delle acque al mare, la bonifica relativa resta soggetta alle alluvioni e agli acquitrini stagionali. Ora è in corso di studio la sistemazione delle relative zone collinari e montane […] Quanto tempo si perderà?

Siamo lì: la montagna comanda la collina e la pianura e non viceversa; il forestale viene prima dell’agricoltore e non viceversa”.[17]

Sturzo sostiene che ci deve essere uno stretto rapporto tra la salvaguardia delle foreste, lo sviluppo dell’agricoltura e la valorizzazione delle zone abitate. Scriveva nel 1951:«La corrispondenza fra agricoltura e foresta è tale che non si fa l’una senza l’altra; la corrispondenza fra zona abitata e foresta è tale che non si ha sicurezza nell’una senza l’altra»[18]

Per Sturzo la ripresa dell’agricoltura, soprattutto nelle regioni meridionali, passava attraverso la tutela della montagna e la salvaguardia dei boschi: «salvare le foreste è salvare l’agricoltura;», «rifare le foreste (si capisce a lunga scadenza, passando il compito da una generazione all’altra è rifare l’agricoltura»[19].

Per Sturzo la questione meridionale come questione nazionale implica una attenzione particolare alla tutela dell’ambiente attraverso una politica economica che favorisca tutta una serie di interventi attivi dell’uomo: «II più grave problema da affrontare, e non solamente problema meridionale, ma di speciale urgenza per le regioni del sud, isole comprese, è quello della sistemazione   montana,   rinsaldamento   del   suolo,   imbrigliamento, rimboschimento, regolarizzazione delle acque, in una parola ricordarsi che l’agricoltura  comincia   dalla   montagna   per  arrivare   alla  pianura  e viceversa». Sturzo ritiene che bisognava rovesciare il modello basato sulle bonifiche e sulle eliminazione delle aree paludose in pianura e puntare sulla bonifica montana. Dimenticando la montagna «bastava un alluvione a far perdere gran parte dei  lavori  fatti e delle piantagioni iniziate. È un lavoro di Sisifo, nel quale si perde fatica e denaro» [20]

Si sono seguiti —scriveva Sturzo — metodi empirici sotto l’assillo di dar lavoro ai disoccupati ovvero sotto la spinta dei proprietari desiderosi di godersi i miglioramenti finanziati […] trascurando la montagna che paga solo a lunga o a lunghissima scadenza; spesso non paga affatto, ma assicura la vita».[21]

«Primo punto, il più urgente, il più inderogabile — scriveva nel 1950 — è quello di fermare gli scoscendimenti, le erosioni e gli slittamenti delle zone più compromesse[…] Non si tratta di lavori di una sola stagione o di un solo anno; si tratta di lavori di molti anni, cure lunghe e penose, lavori seri e in certe zone di grande portata. E’ la prima volta che in Italia si parla di piano decennale per i bacini montani; è un progresso enorme il solo parlarne”.[22]

         Nel sottofondo del ragionamento sturziano c’è una visione religiosa che guarda la futuro e non sia aspetta «tutto e subito», secondo lo slogan proprio dì un certo materialismo di stampo consumista.

La necessità di affrontare la sistemazione montana, dipendeva da tre ordini di interessi urgenti, secondo Sturzo:

«prima lo slittamento ed erosione del suolo, che, a parte il problema della zone abitate, diminuisce costantemente la superficie coltivabile e il valore produttivo dei terreni a pendio; secondo, la utilizzazione delle acque per impianti idro-elettrici o per irrigazione, o per i due scopi insieme; terzo la prevenzione dei danni delle acque torrenziali specie nelle zone bonificate, colline, pianure e valli sottostanti»[23].

Non c’è l’idillio di chi vuole lasciare la natura intatta e incontaminata dall’intervento umano, ma proposte razionali per aumentare la superficie coltivabile, il valore produttivo dei terreni, la utilizzazione ottimale delle acque ad uso agricolo o industriale.

La questione meridionale implicava dunque per Sturzo il riordino del sistema montano e questo era prioritario rispetto alla bonifica integrale e alla proprietà contadina.

Egli non si faceva illusioni: i fondi del piano Marshall potevano servire, ma solo per incominciare. Il resto doveva farlo lo Stato:

«Se si trattasse dei parassiti che fanno capo all’IRI e delle imprese meccaniche dissestate — ironizzava Sturzo —, il Tesoro troverebbe i denari in quattro e quattr’otto. Si tratta di foreste; che ne sanno i ragionieri del Tesoro delle nostre foreste? Non le hanno mai viste neppure sulla carta geografica. E poi, gli alberi non fanno sciopero, al più si prendono certe malattie, come quella dell’inchiostro che ha rovinato castagneti che si lasciano morire»[24].

Lo Stato con la sua incapacità di acquisire la coscienza della necessità prioritaria della conservazione dell’ambiente forestale e delle acque, favorisce una mentalità egoista che consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse ambientali: «l’ingordo guadagno del momento ha indotto da più di mezzo secolo alle distruzioni delle foreste, alla dilapidazione di un patrimonio sano e duraturo».[25]

Dunque il problema per Sturzo è politico, coinvolge cioè la responsabilità dell’intera classe politica e i suoi criteri di gestione dell’economia.

Per favorire lo sviluppo economico del meridione e delle zone depresse Sturzo non escludeva interventi per incrementare la produzione, per sistemare le strade, per valorizzare la piccola e media proprietà, «ma — spiegava — senza la base non si bonifica la casa, senza la montagna a posto, non si avrà agricoltura sana e produttiva».[26]

 Per evitare la “vendetta della montagna” non era necessario che si arrestasse la politica dello sviluppo. Egli riteneva possibile uno sviluppo industriale equilibrato, complementare con quello agricolo, forestale, fluviale, montano.

Don Luigi Sturzo affermava che per la industrializzazione del Mezzogiorno occorrevano stanziamenti per le foreste, che invece queste erano state tenute lontane dal piano economico produttivo e quindi dai finanziamenti come «cose che esistono solo nel mondo delle idee platoniche». Se fosse stato così, proseguiva, sarebbe mancato uno dei «capisaldi della industrializzazione del Mezzogiorno». Proseguiva:

“Un governo che si interessasse a spendere da centoventi a centosessanta miliardi […] per un impianto siderurgico a carattere politico, oggi inutile, e sotto certi aspetti dannoso […] e poi negasse solo cento miliardi alla sistemazione montana del Mezzogiorno, sarebbe da essere dichiarato imprevidente, e da essere richiamato alle norme elementari della buona amministrazione”.[27]

Esaminava, come esempio, la situazione della Calabria, dove gli stessi calabresi sembravano non avere le idee chiare su quelli che avrebbero dovuto essere gli investimenti per realizzare insediamenti industriali nella loro regione. Sturzo si rivolgeva direttamente a loro: “E non vengano a dire i calabresi che il loro Aspromonte non potrà mai essere bonificato e reso un vero tipo di centro boschivo, con essenze legnose di valore industriale, con centri pastorizi ed industrie annesse; con produzione di lane di prim’ordine. Il problema industriale è anzitutto un problema di ambiente per il commercio che se ne può sviluppare. Fino a che il commercio resta di tipo artigiano-rurale, prospererà la piccola industria del villaggio; quando si potrà sviluppare un commercio a largo respiro (e quello dei legni pregiati sarebbe per l’Italia meridionale un commercio da rifarsi ex-novo) allora la relativa industrializzazione s’imporrà. E così sarà degli altri prodotti delle montagne rivestite e rese abitabili e feraci, e non mai abbandonate all’impeto e alla corrosione delle acque, alla rapacità degli animali e alla ignoranza e imprevidenza degli abitanti dei villaggi.

Il cammino è lungo; il tempo perduto non si riguadagna facilmente; ma ogni regione deve dare quel che può; ed è semplicemente antieconomico volere imporre al Mezzogiorno industrie {come la siderurgica) […][28]

Venivano citati, poi, molti esempi positivi, di iniziative già avviate e fiorenti in Sicilia: la coltivazione dei fiori per le essenze di gelsomini a Ragusa; lo sviluppo della costruzione degli aliscafi; un impianto promosso da imprenditori tedeschi per la trasformazione delle pietre vulcaniche etnee e così via. E incitava Messina a trasformare in insediamento turistico la zona del picco sullo Stretto, e così anche a destinazione turistica avrebbe dovuto essere avviata la pineta di Linguaglossa e le zone etnee.

E concludeva:

 […] non sarà possibile realizzare incrementi seri e duraturi di produttività in pianura se la montagna non è sana e produttiva anch’essa; se non si ritorna all’economia forestale e pastorizia sul piano moderno, utilizzando tutte le risorse locali; se il Governo, la Cassa per il Mezzogiorno e le Regioni autonome non si inducono a lavorare di concerto e con serietà nel campo forestale [… ]

Occorre partire dal problema organizzativo; il Corpo forestale deve essere organizzato in due rami; quello tecnico e quello di vigilanza; deve essere bene istruito e ben pagato; ma non deve divenire Corpo amministrativo. Occorre sviluppare la formazione di privati appaltatori, ben preparati e lasciare che concorrano ai lavori forestali assumendo le responsabilità degli attecchimenti per periodi da cinque a dieci anni. Solo con una rigida amministrazione si spende meno e si produce di più; con una preparazione tecnica si preparano piani realistici e produttivi; lasciamo agli orecchianti e ai demagoghi i cantieri per i lavori forestali specie dove le condizioni gravissime delle nostre spappolate e calancose montagne esigono interventi massicci e competenza di prim’ordine.[29]

Per  una industrializzazione legata al rispetto delle vocazioni del territorio egli riteneva che fosse indispensabile una politica energetica:

«II mezzogiorno ha bisogno di energia elettrica idrica e termica […]. Non si trasforma un paese senza energia; né si affrontano lavori pubblici, né si creano industrie, né si incrementa l’agricoltura»[30].

Egli legava alla salvaguardia della natura lo sviluppo del turismo: «Non c’è paese che abbia un sole, un clima, un ambiente naturale, un paesaggio, un mare pari a quelli italiani» scriveva nel 1948 con un espressione che oggi potrebbe suonare troppo romantica.[31]

Egli vedeva in un turismo rispettoso della natura una risorsa importante per il sud: «Un turismo meridionale che offra il caldo accogliente del mare, il fresco della montagna, e li alterni nella stessa stagione, a poca distanza l’uno dall’altro, e dia la distrazione festiva e i silenzi riposanti è tutto da creare»[32].

Nel 1959 l’anno della sua morte Sturzo in un Appello ai Siciliani in cui traspare tutto il suo amore per la Sicilia e per la sua elevazione culturale, morale ed economica, mette in evidenza anche i difetti dell’ambiente nel quale il ”provincialismo, la limitatezza dei mezzi, la sfiducia reciproca, la critica dei fannulloni, l’oppressione dei mafiosi, l’intrigo dei profittatori rendono difficili le iniziative e  contestabili i piani audaci e generosi”.[33]

Un mese prima che Sturzo morisse il 14 luglio 1959 «II Giornale d’Italia» pubblicava un suo  articolo sull’Industrializzazione del Mezzogiorno nel quale Sturzo esprimeva nuove «critiche», essenzialmente riconducibili a due: era stata poco o insufficientemente curata nel Mezzogiorno la ripresa agrario-forestale; erano stati trascurati gli sbocchi commerciali per l’esportazione dei prodotti e della loro trasformazione. Ma tutto l’articolo poi, in generale, insisteva sulla mancata cura delle foreste. Anche gli alberi fruttiferi (per esempio gli ulivi calabresi, i vitigni tipici della Sicilia, gli aranci e gli altri alberi da frutto) esigevano cure, investimenti e tecnologie adeguate. Era, insomma un tipo di industrializzazione strettamente connessa al territorio e alla sua generosità nel produrre.

«E fermiamoci qui» diceva Sturzo «con le foreste e l’agricoltura, che sono quelle che dovrebbero dare un largo contributo alle industrie meccaniche; perché la meccanizzazione agraria dovrebbe essere al centro dello sviluppo industriale del Sud.» Il problema del mercato, diceva infine, era talmente condizionante di tutte queste iniziative che, se fosse fallito, avrebbe reso vani anche i più volonterosi interventi. «L’articolo è già lungo e mi fermo. Avrò occasione di continuare a scriverne.» concludeva.

Ma non ne ebbe invece  il tempo: rimase questo suo ultimo articolo quasi un «legato» del suo testamento, perché altri volessero ricevere la raccomandazione di curare la montagna con le sue foreste, gli alberi con i loro frutti.

“È senza dubbio sorprendente- commenta la Fanello Marcucci- come Sturzo, da quello che si può definire il suo «eremo» romano (con solo qualche uscita per recarsi grandi temi politici         al Senato o all’Istituto Sturzo per rarissime visite), riuscisse a descrivere i luoghi, un tempo conosciuti, ma ora trasformati, come se li avesse sotto gli occhi, quasi riuscisse a seguire, a comprendere l’andamento delle cose, nel negativo e nel positivo, tanto da progettare con chiarezza quali avrebbero dovuto essere gli interventi di risanamento  e di sviluppo”.[34]

          Sturzo fece della difesa dell’ambiente, scrive Gabriele De Rosa:«uno dei suoi cavalli di battaglia: non c’era in vista nessuna minaccia ecologica, non si parlava di buco dell’ozono, di effetto serra e di inquinamenti atmosferici, tuttavia egli fu uno dei pochi che ebbe una visione unitaria del problema dell’ambiente, che non implicava nessuna sorta di esaltazione  feticistica della natura, non ne faceva una scienza astratta a sé, ma più concretamente collegava il problema dell’ambiente alle possibilità di uno sviluppo razionale dell’economia»[35].

3. Problema ambientale come problema culturale e morale

Per Sturzo il problema ambientale era innanzitutto di natura culturale:

«La verità è — scriveva ancora Sturzo-  che manca in Italia una coscienza forestale nella generalità dei cittadini, che gridano solo quando avvengono disastri […]; sia presso gli abitanti delle zone compromesse; sia ancora di più presso gli abitanti in prossimità dei boschi, che contribuiscono all’abbattimento abusivo degli alberi e alla coltivazione di terreni che dovrebbero essere sottoposti al vincolo forestale. Soprattutto manca la coscienza forestale al ministero competente (o incompetente che è lo stesso), nel quale sono annidati i tecnici agrari, specie i riformatori (…) che concepiscono la bonifica e la trasformazione agrario-fondaria come fatti isolabili, anzi burocratizzabili; un fatto tecnico senza rispondenze con altre esigenze tecnico-organiche della conservazione e produttività del suolo e delle opere fatte, fuori del quadro economico e fuori del sistema della produttività e dell’economia della zona»[36].

Per porre rimedio a questo stato di cose per Sturzo non bastava una generica educazione al rispetto della natura o le azioni repressive, ma era necessario rendere ragionevole l’importanza della salvaguardia e l’incremento del patrimonio forestale facendone vedere l’utilità pratica in campo economico e sociale:

          «Per vincere l’istinto distruttivo del coltivatore di cereali contro l’albero non bastano le leggi (che del resto si osservano poco), né le multe insufficienti che infliggono le autorità forestali; e neppure gli articoli dei giornali […], né le conferenze fatte spesso alla gente convinta; occorre la molla dell’interesse, onde l’orientamento forestale deve essere rivolto verso la industrializzazione del legno e degli altri prodotti della foresta, si da includere nello stesso interesse larghe zone di proprietari e

di coltivatori»[37].

 In un articolo del 1957 dal titolo l’albero, il bosco e la foresta egli scriveva:” L’albero è amato solo a parole. Di fatto è bistrattato e sfruttato da tutti. L’albero deve essere sempre guardato come una promessa per il futuro. L’albero da frutta vi fa aspettare alcuni anni. L’albero da legno vi fa aspettare ancora di più. L’albero di protezione vi fa aspettare sempre perché serve e non si vede a che cosa serve solo quando non c’è più. Ma l’uomo non ha pazienza; l’albero fa aspettare troppo, mentre l’orto e il campo di grano fanno aspettare pochi mesi. Ma chi non sa che per avere l’orto e il campo, si deve pur avere l’albero che riveste le montagne, che sistema le acque, che rinsalda le zone franose, che corregge i margini dei fiumi?”[38]

Per Sturzo era necessario creare una moderna coscienza ambientale che non coincide con l’esaltazione della “civiltà contadina”, di cui non mancava di mettere in rilievo i limiti:

«La sistemazione montana delle zone argillose del Mezzogiorno è cosa seria — scriveva — è affare tecnico di primo ordine; la montagna deve essere aggredita con mezzi economici e tecnici poderosi e con mentalità moderna; altrimenti si fa quel lavoro di Sisifo che non reca alcun bene alle casse dello Stato […] e sfiducia nelle popolazioni rurali. Queste, è doveroso dirlo chiaramente, non amano le foreste, non amano gli alberi, sono nel Mezzogiorno i nemici delle piante, che lasciano danneggiare dalla capre e dagli armenti come cosa usuale che non debba destare preoccupazione»[39].

Dagli scritti di Sturzo emerge uno stretto rapporto fra questione ambientale, economia, questione sociale e questione morale.

 Scriveva nel 1950:

«La campagna del grano prima e l’occupazione delle terre incolte poi sono state due iniziative antieconomiche, e quindi anche antisociali; hanno fatto diminuire il rendimento delle nostre terre: la prima ha fatto distruggere oliveti e vigneti, la seconda zone di pascoli e terre boschive. E che dire della rapina che succede nel coltivare a grano le pendici e le coste delle nostre montagne, alterando il regime delle acque, mettendo a nudo i costoni argillosi, abbattendo alberi, le cui radici servivano a mantenere coerente il suolo col sottosuolo?»[40].

Se la dilapidazione dell’ambiente deriva da una mentalità egoista che guarda al beneficio immediato, la sua conservazione e valorizzazione è una delle forme più rilevanti di solidarietà sociale, in quanto si iscrive nel quadro di una responsabilità morale e politica nei confronti del bene comune e del futuro della civiltà umana.

Invece di una politica empirica di corte vedute destinata a interventi parziali, occorreva per Sturzo una coscienza «ecologica» come la chiameremmo oggi, un amore per gli alberi, per la montagna, per le acque, che si traducesse in una politica di salvaguardia dell’ambiente a lunga scadenza.

Questa politica per Sturzo doveva essere animata dall’amore verso Dio, il prossimo e tutte le creature.

Nelle parole di Sturzo si intravedeva un’attenzione che si potrebbe definire “religiosa” delle montagne, chiamate “creature di Dio”. Scriveva il prete calatino:

         «Purtroppo, le montagne sono là (benedetta geografia!) e i bisogni di queste creature di Dio crescono con gli anni, se l’uomo […] non se ne occupa e lascia andare tutto alla malora. Una volta andata alla malora, inviando al piano e alla valle le acque che riceve, non potendo frenare i rovesci il cielo si scatena»[41].

Ha scritto Gabriele De Rosa:

«se si fosse intrapresa con coraggio e costanza la via indicata da Sturzo della complementarità fra bonifica integrale e sistemazione montana, […] se non si fossero rapinate le fasce costiere per dar luogo a faraonici impianti industriali, oggi per lo più morti e abbandonati, se si fosse varata una legge severa per tutelare dalla massa cementizia le nostre coste mediterranee, dai nomi leggendari come Palinuro, se si fosse varata a tempo opportuno una programmazione razionale per la gestione delle risorse idriche, se avessimo trattato gli alberi come creature di Dio, credo che non avremmo davanti ai nostri occhi lo spettacolo dell’abbassamento progressivo del livello dei fiumi e dei laghi, l’essiccamento dei bacini montani»[42].

Se oggi l’informazione sul problema ecologico è molto più vasta e più precisa di quella che si aveva all’epoca di Sturzo tuttavia a don Luigi Sturzo andrebbe riconosciuto il merito di avere fra i primi, profeta inascoltato, gridato in difesa delle montagne e delle foreste, di avere denunciato il pericolo di creare mega impianti industriali inquinanti come “cattedrali nel deserto” e di avere lottato contro quelle che con una reminiscenza dantesca egli chiama le «male bestie» che inquinavano anche l’ambiente umano e la società civile: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico.

Don Luigi Sturzo , che già agli inizi del secolo scorso in occasione del processo Notarbartolo  e delle varie elezioni aveva denunciato la presenza negativa del fenomeno mafioso, alla fine degli anni ’50 osservava che esso “ si è trasferito dalle campagne alle città, dalle case dei latifondi a quelle degli uomini politici, dai mercatini locali a gli enti pararegionali e parastatali”.[43]

Nel sottolineare l’impegno di Luigi Sturzo per la tutela e la valorizzazione dell’ambiente e per una moralizzazione della vita pubblica non abbiamo inteso farne un precursore della moderna ecologia, un anticipatore della politica dei Verdi, ma solo mostrare la concretezza e la lungimiranza con cui un politico di razza, che si ispirava ai principi del cristianesimo, affrontò alcuni problemi della politica ambientale non in modo fideistico e ideologico, ma in modo razionale e coerente con la visione cristiana dell’uomo e della creazione.


[1]             Cfr. G. VECCHIO, Sturzo e il recupero delle aree montane, in La Sicilia, 28 dicembre, 1982, 5.

[2]             Cfr. L. STURZO, Sturzo meridionalista,   (a cura di G. De Rosa), Laterza, Bari   1979;  ID., Mezzogiorno e classe dirigente. Scritti sulla Questione Meridionale dalle prime battaglie politiche siciliane al ritorno dall’esilio, (a cura di G. De Rosa), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1986.

[3]              G. DE ROSA, Le radici sturziane della questione ambientale, in “Terzafase” (novembre 1990) 73-78. La “Cattedra Luigi Sturzo” è sorta a Caltagirone nel 1981 nell’ambito delle iniziative promosse dall’Istituto di  Sociologia  “Luigi  Sturzo”  e  promuove  ogni  anno  un  corso partecipano un centinaio di borsisti per approfondire un aspetto del sturziana messa a confronto con i problemi attuali.

[4]             AA.VV, La terra e l’uomo:l’ambiente e le scelte della ragione, Galatea editrice,, Acireale 1992,173-187.

[5]             Ibid., 73.

[6]             L. STURZO, Lettera al fratello Mario, in L. STURZO-M. STURZO. Carteggio, 111, 1932-1934, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1985, 315. Si vedano anche le lettere dell’8 dicembre 1928 e del 14 marzo 1935 citate in G. DE ROSA. Sturzo, Utet, Torino 1977, 300. Alla sua città natale Sturzo dedicò una delle sue prime poesie del periodo seminaristico in cui ne descrive le bellezze naturali ed artistiche e le tradizioni religiose (L. STURZO, Caltagirone, ottave, in “ Il Monitore Religioso” (maggio-giugno 1891) 42).

[7]             Id., Il problema numero uno del Mezzogiorno, in “L’Italia”,  1 2 dicembre  1950, ora in Politica di questi anni,  1950-51,   Zanichelli,  Bologna 1957, 287.

[8]             STURZO, Terre incolte e malcoltivate , in “Giornale   dell’Agricoltura”,  8.01.1950, ora in Politica di questi anni. 1950-51,cit..,13-16. Sul bosco di S. Pietro cfr. Utilità della conservazione della sughereta “Santo Pietro” di Caltagirone, in “Bollettino dell’Ufficio Ministero  Agricoltura Industria e Commercio”,V, Roma 1904, 455-458; S. RANDAZZINI, L’ex feudo di Santo Pietro e la sua storia, Caltagirone  1903; G. DE ROSA, Sturzo mi disse, Morcelliana, Brescia 1982, 184.

[9]             Cfr. L. STURZO, Problemi di agricoltura siciliana, in Politica di anni, 1951-1953, Zanichelli, Bologna 1966, 127.

[10]           G. FANELLO MARCUCCI; Luigi Sturzo, Mondadori, Milano 2004, 359.

[11]           ID.,   Silvicoltura   “Cenerentola   nazionale”,   in  “Il Popolo”, 27.10.I948, ora in Politica di questi anni, 1948-49, cit., 86.

[12]ID. Il  problema forestale, in Il Popolo. 28.01.1949, ora in Politica di questi anni. 1948-49, cit.. 134.

[13]ID., Lettera all’assessore regionale dell’agricoltura e alle foreste per la Sicilia., 15 .06.1950. in Politica di questi anni,  1950-51, cit. 160.

[14] ID. Politica di questi anni,,(1950-1951), Zanichelli Bologna 1957, 78

[15] ID. Le tre male bestie, Edizioni Politica Popolare, Napoli, 1959,4.

[16]           Ibid.65.

[17]           Ibid.65-66

[18]           ID.,  Difesa boschiva, in La Stampa, 30.03.1951, ora in Politica di questi anni, 1950-51, cit., 371.

[19]           ID,  Problemi del Mezzogiorno,  in Illustrazione   Italiana, 20.11.1949, in Politica di questi anni. 1948-49, cit., 343.

[20]           ibid.,342-343.

[21]           ibid.,343.

[22]           ID., Sistemazioni idrauliche e rimboschimenti, in Politica di questi anni, 1950-51, cit.77:

[23]           ID., Il  problema forestale, cit.. 134.

[24]           Ibid., 136.

[25]           ID., Silvicoltura “Cenerentola nazionale“, cit., 86.

[26]           ID., Problemi del Mezzogiorno, cit., 344.

[27]           ID, Le tre male bestie, cit.,67.

[28]           ID. Le tre male bestie,cit.67

[29]           Ibid,69.

[30]           Ibid., 345.

[31]           ID., Presente e futuro, in Politica di questi anni, 1948-49, cit., 146.

[32] ID., Turismo e Mezzogiorno, in Il Domani d’Italia.,  6.06.1948, ora in Politica di questi anni, 1948-1949,cit.,   27. 

[33] ID., Appello Ai Siciliani, in Il Giornale d’Italia, 24 maggio 1959.

[34]G. FANELLO MARCUCCI, op.cit.,363.

[35]           G. DE ROSA, Le radici sturziane della questione ambientale, cit.,73.

[36]           ID. Difesa boschiva, 30.03.1951, cit., 370-374.

[37]           ID., Problemi di agricoltura siciliana, in L’Avvenire d’Italia, 19.01.1952, ora in Politica di questi anni, 1951-53, cit., 127.

[38]           ID, Appello ai Siciliani, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2002, 59.

[39]           ID., Il problema numero uno dei Mezzogiorno, cit., 289.

[40]           ID., Terre incolte e malcoltivate, cit., 16.

[41]           Io., Montagne ed alluvioni, in La Stampa, 30.10.1951, ora in Politica di questi anni, 1951-53,cit.,89.

[42]           G. DE ROSA, Le radici sturziane della questione ambientale, cit., 78.

[43]           L. STURZO, La Sicilia non è Milazzo, in L’Ordine 26 giugno 1959, ora in L’appello ai Siciliani, cit.105. cfr. G. STURZO, Mafia e questione meridionale nelle analisi di Luigi Sturzo, Rubbettino, Sovenia Mannelli, 2006.

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