Riflessioni sulla riforma del sistema monetario e finanziario

Mons. Mario Toso SDB – Segretario Pontificio Consiglio Giustizia e Pace

  1. Natura del pronunciamento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

«Un piccolo errore commesso all’inizio è grande alla fine», insegna Aristotele.[1] In via preliminare sembra quindi utile qualche riflessione sulla natura e sulla vocazione della Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sulla riforma del sistema monetario e finanziario globale.[2]

Allorché si trattò di scegliere il genere di pronunciamento su una tematica importante e cruciale per lo sviluppo integrale dei popoli, con gli Organi competenti della Santa Sede si è concordato di non procedere per la via dell’elaborazione di una Nota assunta formalmente dalla stessa, al contrario di quanto avvenuto qualche anno prima con la Nota sulla Conferenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Doha,[3] pure elaborata dagli esperti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. La ragione è stata ravvisata nel fatto che la Santa Sede non avrebbe partecipato, per ovvie ragioni, al G20 di Cannes, svoltosi come è noto dal 3 al 4 novembre 2011. La Nota, quindi, doveva rimanere nell’ambito di semplici riflessioni stilate dal Pontificio Consiglio, sotto la sua responsabilità e secondo la competenza che caratterizza un Dicastero il quale, tra le sue finalità, ha quella di diffondere, approfondire e contribuire alla sperimentazione della Dottrina sociale della Chiesa.

Secondo l’opinione di alcuni commentatori ciò avrebbe limitato la rilevanza del pronunciamento, quasi si trattasse di un’espressione marginale della Santa Sede.

Certamente, va rilevato che non si tratta di un testo a firma del Sommo Pontefice, come può esserlo un’enciclica o l’ormai tradizionale Messaggio per la Giornata mondiale della pace, e nemmeno, come già detto, di un testo-documento ufficiale della Santa Sede.

Si tratta precisamente di una Nota di un Dicastero della Santa Sede, la quale – sebbene formalmente non sottoscritta da altri Organi – è frutto dell’iter proprio dei documenti dei Dicasteri della Curia Romana, che prevede una consultazione preventiva e costante e il nulla osta degli Organi competenti della Santa Sede. Ciò al fine di garantire la specificità dei ruoli e al tempo stesso l’omogeneità del pensiero.

Ciò premesso, non sembra inutile notare anche che un testo, per essere correttamente valutato nella sua autorevolezza, andrebbe letto tenendo presente il ruolo istituzionale del soggetto che lo emana. Tuttavia, un testo va soprattutto valutato per i suoi contenuti, per la sua coerenza al magistero della Chiesa, per la sua ragionevolezza e consistenza rispetto alla materia trattata. È su questo piano che si è posto il Pontificio Consiglio, elaborando una riflessione coerente alla sua competenza, morale e religiosa, e fedele alla Dottrina sociale della Chiesa e al magistero di Benedetto XVI.

  1. Le ragioni del pronunciamento e la continuità con l’enciclica «Caritas in veritate»

L’intento che si proponeva di raggiungere l’elaborazione di un Nota, che doveva essere breve e centrata su un solo problema importante, è molto semplice:[4] offrire una serie di riflessioni ponderate, stilate col contributo di esperti internazionali di chiara competenza, volte a sviluppare l’analisi, il giudizio e la progettualità già tratteggiati nella Caritas in veritate (=CIV),[5] a proposito della crisi dei sistemi monetari e finanziari in contesto di globalizzazione.

A ciò il Pontificio Consiglio è stato sollecitato, oltre che da un impegno istituzionale, dal permanere della crisi economica e finanziaria, e anche dalla dichiarazione di intenti sottoscritta dai leader del G20 celebrato nel 2009 dove si afferma che: «the economic crisis demonstrates the importance of ushering in a new era of sustainable global economic activity grounded in responsibility».[6]

È con tale prospettiva che si è voluto, dunque, raccogliere l’appello di Benedetto XVI, secondo il quale l’attuale crisi:

«ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa […] occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente» (CIV n. 21).

E, inoltre, si è voluto approfondire quanto il pontefice propone sia nel n. 57 (ossia la necessità di un’Autorità che governi la globalizzazione secondo il principio di sussidiarietà e poliarchicamente), sia nel n. 67 (che qui si riporta e che alcuni bypassano perché esprimerebbe contenuti in contrasto con il precedente paragrafo):

«Di fronte all’inarrestabile crescita dell’interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l’urgenza della riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni. Sentita è pure l’urgenza di trovare forme innovative per attuare il principio di responsabilità di proteggere e per attribuire anche alle Nazioni più povere una voce efficace nelle decisioni comuni. Ciò appare necessario proprio in vista di un ordinamento politico, giuridico ed economico che incrementi ed orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli. Per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti. Ovviamente, essa deve godere della facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure coordinate adottate nei vari fori internazionali. In mancanza di ciò, infatti, il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più forti. Lo sviluppo integrale dei popoli e la collaborazione internazionale esigono che venga istituito un grado superiore di ordinamento internazionale di tipo sussidiario per il governo della globalizzazione e che si dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all’ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite».

Sia permesso di osservare, per chi desidera approfondire il senso delle affermazioni della Dottrina sociale della Chiesa, che, per quanto concerne il concetto di autorità politica, non si può estrapolare una sola affermazione o un solo paragrafo delle encicliche dal corpus del magistero sociale. Nel nostro caso, il n. 57 della CIV, che alcuni giornalisti e commentatori hanno enfatizzato, va letto ed interpretato in connessione con il n. 67 della medesima enciclica. Non solo. Essi vanno, inoltre, collegati alla Mater et magistra e alla Pacem in terris, a cui la CIV si riallaccia, come suggerito dal brano sopra riportato, per rilanciare la prospettiva di un’Autorità politica mondiale.

  1. La costituzione di un’Autorità politica mondiale, l’angolatura dell’approccio, le ragioni del bene comune e della giustizia sociale.

 

Nella CIV, il cui tema centrale è dato dallo sviluppo integrale in contesto di globalizzazione, si trova elencata una serie di ragioni di tipo morale più che «tecnocratico», che postulano finalmente la costituzione di un’Autorità politica mondiale. Come risulta dal numero 67 trascritto più sopra, essa è da intendersi nel senso già indicato da Giovanni XXIII nella Pacem in terris. Vale a dire, non come una semplice governance, a mo’ di un’autoregolamentazione del settore monetario e finanziario o di una regolamentazione frutto della collaborazione spontanea tra i principali Stati, quale alcuni improvvisati esegeti dei testi del Magistero sociale, hanno voluto farci credere. E nemmeno nel senso di un superpotere tecnocratico e monocratico; bensì di una forza morale, di un principio unitivo e coordinativo superiore, avente la facoltà di esercitare il comando secondo ragione e di obbligare in virtù di un ordine morale e giuridico, cui cerca di adeguarsi sempre più, al fine di tradurlo mediante decisioni concrete, indispensabili a raggiungere il bene comune. Questo è il senso dell’espressione «Autorità politica mondiale» a cui si appella la CIV.

Ma è bene ritornare alla serie di ragioni enumerate dalla CIV per giustificare la costituzione di una simile Autorità. Rileggendo tutta l’enciclica, l’elenco del numero 67 potrebbe allungarsi con riferimento all’alto tasso di disoccupazione, alla priorità del lavoro per tutti, agli obiettivi del superamento della povertà e della fame, all’urgenza di una green economy e della universalizzazione di una welfare society. È una presa d’atto dei contenuti attuali e delle corrispettive esigenze morali del bene comune mondiale della famiglia dei popoli della terra. Sono proprio tali esigenze, la cui cogenza è accresciuta dal contesto della globalizzazione, a postulare l’innalzamento di Istituzioni politiche ed economiche che, superando i nazionalismi, siano veramente sovranazionali.

Detto diversamente, l’emergenza sempre più evidente di beni collettivi mondiali i quali sostanziano di contenuti nuovi il bene comune di tutta l’umanità, che le singole sovranità nazionali non sono in grado di garantire e di promuovere né da sole né riunite in gruppi spontanei, postula un’Autorità proporzionata e, quindi, dotata di nuovi organi, strutturati e agenti in maniera tale da essere idonei a tradurre nella realtà tali beni collettivi e il bene comune mondiale. Secondo una simile prospettiva, che si radica su obiettive esigenze morali ben evidenti nella Nota, «autorità» e «sovranità» mondiali non sono entità assolute, avulse dal bene umano universale. Il loro nuovo profilo viene a delinearsi non semplicemente come un’opera di ingegneria istituzionale e burocratica, ma anzitutto sulla base della cogenza di tali esigenze morali, attinenti a soggetti liberi e responsabili, siano essi persone o popoli, essenzialmente protesi al loro compimento umano, contrassegnato da trascendenza orizzontale e verticale. Vi è, dunque, nella Nota una stretta connessione tra la proposta di un’Autorità politica mondiale e il bene comune, considerato ovviamente come l’insieme di quelle condizioni sociali che consentono a singoli, famiglie e popoli, la loro pienezza umana.

Qui, parlando di condizioni sociali, viene anche spontaneo sottolineare che, tra le ragioni della costituzione di un’Autorità politica mondiale, vi sono in modo particolare quelle – peraltro ben espresse nella CIV – della realizzazione di una giustizia sociale globale.

La questione della giustizia sociale, oltre che per i vari problemi connessi ai beni pubblici dell’aria, dell’acqua, della pace, si pone anche con riferimento ad altri beni pubblici, costituiti dai sistemi economici, monetari e finanziari.[7] Vi sono, ad esempio, questioni di giustizia, poste dalla liberalizzazione dei mercati, dalla delocalizzazione delle imprese, dalla liberalizzazione del movimento dei capitali, che, con le nuove tecnologie telematiche, possono essere immediatamente trasferiti da una parte all’altra del globo, sfuggendo al controllo delle autorità nazionali; vi sono problemi come le crisi finanziarie periodiche e globali, che creano gravissimi danni per l’economia reale, per la crescita, con ricadute devastanti sui più deboli. Va, in particolare, preso atto che la questione della giustizia sociale dev’essere affrontata e risolta sia all’interno dei singoli settori economici sia sul piano globale, con risposte proporzionate alla sua estensione concernente il reddito mondiale dei popoli, oggi uniti in un’unica comunità.

L’attività finanziaria è attività umana ed ha una funzione sociale indispensabile anche sul piano mondiale. Pertanto, non può essere lasciata a se stessa senza nessun intervento disciplinatore ed orientatore sul piano nazionale e mondiale, dato che, come riconoscono gli stessi studiosi del settore, l’autoregolazione non sempre funziona.[8] Occorre, poi, una seria riflessione – come avvenne a suo tempo con la Quadragesimo anno in occasione del crollo della borsa di New York nel 1929 –, sulla unitarietà dell’economia mondiale e sulla globalizzazione dell’economia sociale. A questo proposito, non dovremmo stancarci di chiederci: per quale ragione, nonostante si parli in continuazione di economia globalizzata, non si approfondisce il tema dell’unitarietà dell’economia mondiale, evidenziandone le implicanze sul piano della giustizia sociale? Lo esige la sempre maggiore interdipendenza nelle politiche, nei fattori produttivi, nei settori economici, nell’uso delle risorse, negli stessi salari, dato che la convenienza a investire capitali dove il costo della manodopera è molto basso fa scattare, su scala mondiale, una indebita concorrenza salariale e commerciale. E ancora: come mai non si avverte l’urgenza di realizzare la giustizia sociale nelle transazioni finanziarie e commerciali, sul piano della destinazione universale dei beni materiali, tecnici e qualitativi, e delle opportunità sociali e culturali?

Evidentemente, se si ammette l’unitarietà dell’economia e della finanza, e la loro funzione o utilità sociale, a fronte anche delle ricorrenti crisi determinate dalla speculazione e dall’assolutizzazione del profitto, occorre essere consequenziali: urge una nuova architettura istituzionale e giuridica, in grado di realizzare con metodi democratici, ovvero partecipativi e sussidiari, la giustizia sociale relativa al bene comune mondiale nei suoi aspetti distributivi e contributivi. È indispensabile un’Autorità politica mondiale che realizzi la giustizia sociale globale, a fronte del fatto che le autorità o sovranità nazionali risultano di fatto erose e sproporzionate.

La realizzazione della giustizia sociale sul piano mondiale è premessa e condizione per uno sviluppo qualitativo e sostenibile per tutti, ai fini di una stabile pace sociale, oggi molto compromessa da vistose sperequazioni tra ricchi e poveri. Questi fattori, secondo alcuni noti economisti quali Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi, sarebbero all’origine dell’attuale recessione.

  1. Le basi morali della sovranità e dell’autorità mondiale sono il fondamento di una loro concezione poliarchica e democratica

 

La tensione al bene umano integrale, insita nella coscienza di tutti i popoli e sfociante nell’esigenza della realizzazione di un bene comune mondiale, esige fra l’altro che si ripudi l’onnicomprensività dell’economico e del finanziario, quale si è riscontrata anche nell’ultima crisi; che li si riconduca entro la loro giusta «misura» antropologica, etica e sociale, sul piano nazionale e mondiale; che si riconosca alla politica il suo alto e nobile compito di coordinamento, di direzione, di incitamento e finanche di coercizione, se è il caso; che la politica stessa, concepita come arte del buon vivere o della vita buona sociale, secondo le esigenze del bene comune mondiale, sia realizzata in modo subordinato al primato ontologico e finalistico delle persone e dei popoli. È un primato che postula quello dell’interiorità, ossia il primato della loro unione morale sulle istituzioni e sulle regole procedurali, pur imprescindibili. E, inoltre, che si rinunci ad una concezione ideologica di sovranità, che alimenta isolazionismi e nazionalismi arcaici. La sovranità non può concentrarsi in un punto unico, generando una specie di Superstato, di Leviatano tecnocratico, di concentrazione pericolosa di potere monocratico. È, piuttosto, da considerare come realtà funzionale o ministeriale, indispensabile per la realizzazione del bene comune universale sia a livello locale che mondiale, e pertanto da modellare sussidiariamente, ossia flessibilmente e reticolarmente, secondo termini di autonomia e di libertà responsabile, in contesto di solidarietà.

Rispetto all’attuale assetto, la sovranità va quindi «ridistribuita» tra Stati nazionali ed entità politiche regionali o mondiali, a seconda delle necessità storiche, ovviamente con validazione democratica. Ciò implica che le Nazioni, in vista del bene umano universale, considerino la necessità di rinunciare liberamente all’esercizio di alcune prerogative, per trasferirle ad una sovranità superiore più proporzionata.

Ciò obbliga a concepire le sovranità nazionali non in termini radicali di autonomia e di indipendenza, bensì di comunicazione e di reciprocità, come realtà interdipendenti, relative a qualcosa che precede. Esse, infatti, portano scritto nella loro stessa essenza relazionale un principio di autotrascendimento verso la forma di una sovranità superiore, che le completa senza negarle, le presuppone e le potenzia secondo il principio della sussidiarietà, raccordandole e consentendo loro di agire coralmente su un piano transnazionale, entro una comunione di principi coordinativi e potestativi.

Per la Pacem in terris e per la CIV non si pone semplicemente la questione di un’Autorità mondiale e della sua articolazione istituzionale. Prima di procedere alla  costituzione di un’Autorità mondiale, è pregiudiziale la costituzione di una società politica mondiale, ossia l’unificazione dei molti popoli in una coscienza comune, ciò che presuppone l’assunzione di responsabilità, la volontà di collaborare, mediante istituzioni e regole procedurali condivise, nella realizzazione del bene comune mondiale. In altri termini, il processo di costituzione di un’Autorità politica mondiale non può prescindere da un moto democratico di partecipazione dal basso. La costituzione di un’Autorità mondiale è vincolata a una democrazia universale: democrazia sostanziale, partecipativa, solidale, aperta alla trascendenza.

La Nota concentra la sua attenzione sulla crisi dei sistemi monetari e finanziari internazionali, per i quali la CIV chiede la riforma della loro attuale architettura, in connessione con la riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’enciclica insiste sul fatto che i sistemi monetarie finanziari devono essere orientati al bene comune della famiglia delle Nazioni non solo da parte dei soggetti monetari e finanziari, primi responsabili di se stessi, ma anche da parte di altri soggetti sociali oltre che di un’Autorità politica mondiale, quale responsabile ultima, anche se non unica, del bene comune di cui trattasi. Un’Autorità politica a responsabilità universale, come già visto, trova una delle sue ragioni d’essere proprio nell’esistenza e nel funzionamento adeguato dei mercati monetari e finanziari che, secondo la Nota, sono da considerarsi «bene pubblico». È proprio il «bene» costituito dai sistemi monetari nazionali ed internazionali – oggi resi più interconnessi ed interdipendenti dalla globalizzazione – che esige la costituzione non solo di un’Autorità monetaria e finanziaria internazionale, ma anche di un’Autorità politica mondiale, commisurata alle esigenze di «beni pubblici» a dimensione sovranazionale. I sistemi monetari e finanziari ben funzionanti sono beni che debbono essere resi accessibili a tutti, secondo il principio della destinazione universale dei beni.

  1. Difficoltà ermeneutiche nella ricezione

 

La proposta della Nota circa la costituzione di un’Autorità politica mondiale ad alcuni è parsa «utopistica» o non plausibile almeno per il momento, perché ritenuta troppo difficile da realizzare, stante l’attuale frammentazione del tessuto internazionale. Ad altri è sembrata  incomprensibile, anzi dannosa per la democrazia, persino antitetica ad essa. Questi ultimi, infatti, ritengono che il concetto di Autorità proposto dalla Nota non si concilii con l’attuale idea di democrazia. Chi invoca la costituzione di un’Autorità politica mondiale non vorrebbe la democrazia, quasi che l’esistenza di un principio unitivo e coordinativo, avente facoltà di comandare secondo ragione e di sanzionare secondo il diritto, cozzi con la stessa essenza dei governi democratici, che decidono le loro leggi sulla base del principio della maggioranza e del consenso sociale, prescindendo dal suo radicamento nell’ordine morale quale realtà metaconsensuale.

Si tratta di difficoltà reali di comprensione dei contenuti della Nota, che sono emerse anche durante la conferenza stampa in cui è stata presentata, a dimostrazione della necessità sempre più acuta di dover curare la comunicazione dei contenuti della Dottrina sociale della Chiesa. A ben vedere, le difficoltà sussistono, perché oramai la gran parte dei nostri contemporanei, oltre ad aver smarrito il concetto tradizionale di bene comune, ha anche perduto la nozione classica di autorità, intesa come facoltà di comandare secondo ragione: ossia come forza morale – e, quindi, non arbitraria e non irrazionale – al servizio della crescita in libertà e responsabilità dei cittadini e dei popoli, perché «commisurata» a quella dignità umana che li caratterizza in quanto persone dotate della capacità di ricercare liberamente e responsabilmente il proprio e l’altrui bene.

            In sintesi, i nostri contemporanei si richiamano soprattutto  a un concetto di autorità che coincide di fatto con quello di potere, derivante dalla dottrina politica moderna (cf J. Bodin, Th. Hobbes, ma anche J. J. Rousseau, sia pure in maniera diversa, partendo dalla prospettiva di una democrazia retta dalla volontà generale), che ha contribuito ad ipostatizzare i concetti di autorità e di sovranità, rendendoli indipendenti  dall’ordine morale. L’autorità e la sovranità non hanno l’obbligo di rendere conto ad alcuno se non a se stesse. Non riconoscono nessun ordinamento superiore. Ogni singolo Stato viene a porsi al di sopra della comunità delle Nazioni e della legge morale.

È evidente allora che, se ci si riallaccia a un concetto di autorità che si identifica con un potere arbitrario, accentratore, assorbente ogni autonomia, non è possibile comprendere il senso della proposta di un’Autorità mondiale senza cadere in equivoci. A questo proposito, urge allora il recupero di un più adeguato concetto di autorità in senso personalistico e comunitario, che ne riaffermi i molteplici legami con l’ordine morale, ne evidenzi la valenza di ministerialità e ne sottolinei l’interconnessione con il pluralismo sociale ed istituzionale: l’autorità è per essere al servizio delle libertà e delle autonomie, per aiutarle a crescere, non per abbatterle o comprimerle. Con ciò ritroverà la sua misura etica anche l’elemento metodologico della democrazia, dato dal principio o criterio della maggioranza. Solo così l’autorità non rischierà di cadere in balia dell’arbitrio di minoranze o di maggioranze totalitarie. La razionalità e la conformità all’ordine morale sono essenziali all’autorità politica.

In definitiva, la Dottrina sociale della Chiesa, allorché propone un’Autorità politica mondiale non intende avanzare l’idea di un centro di superpotere irresistibile, simile ad un Moloch che domina su tutti, o che è espressione di interessi parziali, non lasciando alcuna libertà e soggiogando tutti i soggetti sociali, non riconoscendo i loro diritti di iniziativa, riducendoli a semplici cinghie di trasmissione di una volontà superiore e tirannica, come avveniva negli Stati assoluti.

La proposta della Dottrina sociale va verso la realizzazione di una Comunità e di un’Autorità politica mondiali, istituite di comune accordo e non imposte con la forza, fondate sui principi democratici, strutturate e operanti sussidiariamente. Detto altrimenti, le loro istituzioni dovrebbero essere modellate e attivate sulla base della rappresentanza e della rappresentatività, della divisione dei poteri, di un ordinamento giuridico in cui sono fissati i rapporti fra persone-cittadini, società religiose, famiglie, corpi intermedi e i poteri pubblici delle rispettive comunità politiche; tra i poteri pubblici delle singole comunità; tra i poteri delle singole comunità politiche e i poteri pubblici della comunità mondiale; tra i poteri pubblici della comunità mondiale e società civili, organizzazioni internazionali governative e non governative. Fa parte del funzionamento democratico di un governo anche la metodologia del criterio della maggioranza. Pregiudiziale, poi, è che criteri e metodi democratici siano informati dai contenuti morali  del bene comune mondiale e della connessa giustizia sociale.

I poteri pubblici della comunità mondiale non avranno, dunque, lo scopo di limitare la sfera di azione ai poteri pubblici delle singole comunità politiche e tanto meno di sostituirsi ad essi; avranno invece lo scopo di contribuire alla creazione, su piano mondiale, di un «ambiente» nel quale i poteri pubblici delle singole comunità politiche, i rispettivi cittadini, le famiglie e i corpi intermedi, le società religiose possano svolgere i loro compiti, adempiere i loro doveri, esercitare i loro diritti con maggiore sicurezza. In definitiva, l’autorità politica mondiale, in maniera analoga a quella nazionale, sarà autorità limitata o, meglio, informata da un ordinamento giuridico, quale viene espresso normalmente in una carta costituzionale o in uno Statuto, come peraltro previsto negli Stati liberali di diritto; partecipata, attraverso più istituzioni rappresentative che rendono operante il principio dell’autonomia sociale e politica dei vari soggetti sociali; decentrata, perché articolata su più piani e perché «relazionata» ad una pluralità di soggetti sociali (pluralismo sociale ed istituzionale: Stati, Popoli, Organizzazioni internazionali, governative e non governative, società civili e attori non statali, come ad esempio le comunità religiose).

  1. La risemantizzazione dell’economia e della finanza grazie al recupero di una ragione integrale e del telos umano

 

La Nota sollecita alla risemantizzazione dell’economia e, in particolare, della finanza. Non si tratta solo di evidenziare la loro intrinseca ed autonoma eticità: un’eticità peculiare, che implica il marchio della gratuità e del dono, e che le identifica nella loro essenza. Si tratta, soprattutto, di vederle e di coglierle nel contesto delle altre attività dell’uomo e, per conseguenza, in rapporto alla politica, alla cultura, alla religione. L’identità dell’economia e della finanza non possono essere definite adeguatamente staccandole dalle persone concrete e storiche, dalla molteplicità dei loro fini. Infatti, l’economia e la finanza non esistono in se stesse, in astratto, separate dai soggetti che le pongono in essere, al di fuori dei contesti sociali, politici, nazionali e sovranazionali. La crisi della finanza è sorta e perdura, perché la corrispondente attività umana è vissuta entro un quadro culturale mutilato, frammentato, che registra disarticolazione tra i beni-valori, anzi, ove a causa di uno scetticismo gnoseologico e di un relativismo etico assoluto non vige più una scala gerarchica. Viene in tal modo a mancare una razionalità capace di coordinare ed armonizzare i vari fini umani entro un télos che li ordini in relazione al vero e al bene perfetti, ossia a Dio. È così che persistono il politeismo dei valori e quegli atteggiamenti che assolutizzano il profitto, la strumentalizzazione della politica alla finanza, provocando la destrutturazione del bene comune e della connessa giustizia sociale.

L’economia e la finanza senza il riferimento al télos umano non riconoscono l’esistenza del bene comune, ossia di quell’insieme di condizioni sociali che facilitano il raggiungimento della pienezza umana. Diventano refrattarie nei suoi confronti, come anche rispetto ad un concetto di giustizia sociale avente come fondamento l’aspirazione al bene proprio e altrui ancor prima che il consenso sociale.

Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica, dalla speculazione senza limiti che danneggia l’economia reale e che fa fallire gli stessi sistemi monetari e finanziari, erodendo i sistemi di sicurezza sociale e allo stesso tempo ai fini di una risemantizzazione, è necessario il recupero di una ragione integrale, premessa di un’etica amica della persona, del suo bene globale, aperto alla trascendenza. Senza Dio, ricercato e desiderato come Bene sommo, facilmente viene meno quel punto di riferimento che consente la giusta collocazione della finanza tra i beni che debbono essere conseguiti secondo un ordine gerarchico.

  1. La proposta di un’Autorità politica mondiale da realizzare con passi graduali

 

Per quanto concerne l’aspetto progettuale, ossia l’indicazione di vie di soluzione, la Nota del Pontificio Consiglio, riallacciandosi al magistero sociale dei pontefici, suggerisce che la globalizzazione sia governata mediante la costituzione di un’Autorità pubblica a competenza universale, non costituendo un altro polo a fianco dell’attuale ONU, ma muovendo dalla riforma di essa. Una prospettiva questa che, nel solco tracciato dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII, è riproposta con determinazione e chiarezza da Benedetto XVI al n. 67 della CIV. Le riflessioni del Pontificio Consiglio intendono svilupparla, volendo così tratteggiare, sia pure per sommi capi, suggerimenti per la riforma delle attuali Istituzioni internazionali, al fine di renderle più autorevoli e democratiche. Queste devono essere espressione di un accordo libero e condiviso tra i popoli, più rappresentative, più partecipate, più legittimate, più coinvolgenti, per quanto possibile, tutte le società politiche e civili. Devono essere super partes, al servizio del bene di tutti, in grado di offrire una guida efficace e, al tempo stesso, di permettere a ciascun Paese di esprimere e di perseguire il proprio bene comune secondo il principio di sussidiarietà, nel contesto del bene comune mondiale. Solo così le Istituzioni internazionali riusciranno a favorire l’esistenza di sistemi monetari e finanziari efficienti ed efficaci, ossia mercati liberi e stabili, disciplinati da un adeguato quadro giuridico, funzionali allo sviluppo sostenibile e al progresso sociale di tutti, ispirati ai valori della carità nella verità. L’Autorità mondiale non dovrà schiacciare o sfruttare i Governi nazionali o regionali. Essa dovrà intendere la sua facoltà di orientare, di decidere, di sanzionare sulla base del diritto, come un servizio ai vari Paesi membri, affinché crescano e posseggano mercati non iperprotetti da politiche nazionali paternalistiche, non indeboliti da deficit sistematici delle finanze pubbliche e dei Prodotti nazionali, che di fatto impediscono loro di operare in contesto mondiale come istituzioni aperte e concorrenziali.[9]

Il breve testo del Pontificio Consiglio mostra forse la sua maggiore originalità, allorché cerca di delineare alcune tappe e caratteristiche del cammino da percorrere verso la costituzione di un’Autorità pubblica a competenza universale, specie con riferimento all’ambito economico e finanziario.

In primo luogo, prospetta un processo di riforma, attuato «avendo come punto di riferimento l’Organizzazione delle Nazioni Unite, in ragione dell’ampiezza mondiale delle sue responsabilità, della sua capacità di riunire le Nazioni della terra e della diversità dei suoi compiti e di quelli delle sue Agenzie specializzate».[10]

In secondo luogo, invoca un netto salto di qualità nelle istituzioni esistenti. Occorre innovare rispetto all’attuale ONU, alle istituzioni di Bretton Woods,[11] al G8 o al G20, ad altro ancora. Occorre, in particolare, il passaggio deciso da un sistema di governance, di semplice coordinamento orizzontale tra Stati senza un’Autorità superiore, a un sistema che, oltre al coordinamento orizzontale, disponga di un’Autorità super partes, con potestà di decidere con metodo democratico e di sanzionare in conformità al diritto. Un tale passaggio verso un Governo mondiale non può avvenire – spiega il Pontificio Consiglio – se non dando espressione politica a preesistenti interdipendenze e cooperazioni e, quindi, senza abbandonare la pratica del multilateralismo sia a livello diplomatico sia nell’ambito dei piani per lo sviluppo sostenibile e per la pace.[12]

Secondo le riflessioni del Pontificio Consiglio, l’allargamento attuale del G7 in G20, configurato anche secondo altre modalità che, negli orientamenti da dare all’economia e alla finanza globali, coinvolgono maggiormente la responsabilità dei Paesi con più elevata popolazione, in via di sviluppo ed emergenti, pur rappresentando un passo in avanti non coincide ancora con il traguardo auspicato. Si tratta di una soluzione ancora insoddisfacente ed inadeguata. In effetti, nonostante gli apprezzabili cambiamenti nella composizione e nel funzionamento, chiaramente riconosciuti dalla Nota,[13] il G20 non risponde pienamente alla logica  di rappresentanza democratica dei popoli e degli Stati membri cui anche le Nazioni Unite sono chiamate a tendere sempre più. Gli Stati che compongono il G20 non possono considerarsi rappresentativi di tutti i popoli. Sebbene allargato, il G20, che come è ben noto non fa parte dell’ONU, è sempre un forum informale e limitato, che tra l’altro mostra di perdere tanto più di efficacia quanto più viene ampliato. Allo stato attuale delle cose, il G20 manca di una legittimazione e di un mandato politico da parte della Comunità internazionale. A ciò si deve aggiungere che, se la situazione dovesse permanere, il G20 rischia di delegittimare o di sostituirsi di fatto alle Istituzioni internazionali – come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale – le quali, sebbene necessitino di profonde riforme, appaiono in grado di rappresentare in maniera istituzionale tutti i Paesi e non soltanto un numero ristretto di essi.

Ciò che, pertanto, andrebbe fatto al più presto, secondo anche quanto affermano gli stessi leader del G20 nella Dichiarazione finale di Pittsburgh del 2009, è che si dovrebbe disporre di un pensiero politico più adeguato, per poter finalmente mettere mano alla riforma dell’«architettura globale» e far fronte alle improcrastinabili esigenze del bene comune del XXI secolo. E ciò, percorrendo «vie creative e realistiche, tendenti a valorizzare gli aspetti positivi delle istituzioni e dei forum già esistenti»,[14] migliorandoli, in ordine all’assunzione di strutture e modalità tipiche di una competenza universale, secondo i principi della solidarietà e della sussidiarietà, oltre che della rappresentanza. Si pensi ad esempio che, rispetto ai problemi di natura economica e sociale che sono al centro delle riflessioni del Pontificio Consiglio, lo stesso Consiglio economico e sociale (ECOSOC), pur favorendo un attività di coordinamento – sotto l’egida dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – non ha autorità e funzioni di governo.

Certamente tali prospettive richiedono prudenza e gradualità. Al tempo stesso, occorre non rinunciare alla decisione che comporta il perseguimento di obiettivi, dalla cui realizzazione dipende quella del bene comune mondiale. Tra questi indichiamo: a) promuovere, nel contesto delle Istituzioni internazionali esistenti – in particolare nelle Nazioni Unite – in coerenza anche ai loro Statuti, la giunzione tra sfera politica e sfera economica e civile nelle relazioni mondiali; b) riformare le attuali Istituzioni internazionali,[15] come ad esempio il già citato Consiglio economico e sociale,[16] per dar vita ad un effettivo controllo monetario globale, mettendo in discussione i sistemi di cambi esistenti, coinvolgendo in tale processo anche i Paesi emergenti e in via di sviluppo, per definirne le tappe del processo. Ricercando, inoltre, le possibilità che permettano di giungere ad un Organismo che svolga le funzioni di una sorta di «Banca centrale mondiale», per regolare il flusso e il sistema degli scambi monetari, alla stregua della Banche centrali nazionali, riscoprendo la logica di fondo – logica di pace, di coordinamento e di prosperità comune – che portò agli Accordi di Bretton Woods;[17] c) sul piano regionale, occorre promuovere un processo analogo, valorizzando il ruolo delle Istituzioni esistenti. A livello europeo, ad esempio, potrebbe costituire un riferimento la Banca Centrale Europea, facendovi però corrispondere Istituzioni politiche proporzionate, in vista di una maggior unità ed efficacia nelle decisioni.

Ciò che, comunque sia, rispetto a quanto appena accennato, è pregiudiziale per la Nota ai fini della realizzazione di condizioni finanziarie e monetarie utili alla crescita globale di tutti i popoli, è soprattutto il recupero del primato della politica sull’economia e sulla finanza. Nelle brevi riflessioni qui presentate si può leggere:

«Occorre recuperare il primato dello spirituale e dell’etica e, con essi, il primato della politica – responsabile del bene comune – sull’economia e sulla finanza. Occorre ricondurre quest’ultime entro i confini della loro reale vocazione e della loro funzione, compresa quella sociale, in considerazione delle loro evidenti responsabilità nei confronti della società, per dar vita a mercati ed istituzioni finanziarie che siano effettivamente a servizio della persona, che siano capaci, cioè, di rispondere alle esigenze del bene comune e della fratellanza universale, trascendendo ogni forma di piatto economicismo e di mercantilismo performativo».[18]

Coerentemente all’impegno della politica di orientare i sistemi finanziari e monetari alla realizzazione del bene comune, viene suggerito dal Pontificio Consiglio, a mò di esempio, di riflettere su tre possibili vie da percorrere: a) misure di tassazione lieve ed equa delle transazioni finanziarie; b) forme di ricapitalizzazione delle banche, a condizioni da stabilire; c) distinzione tra attività di credito ordinario e di Investment banking: quest’ultime ora avvengono senza limiti e senza controlli.

Rispetto al punto b), proprio poco tempo fa l’Unione Europea ha espresso il suo parere positivo.

Ecco, in breve, alcuni tratti della progettualità, elaborata dalla riflessioni in esame, che dovrebbe essere assunta oltre che dai più diretti responsabili del bene comune sul piano nazionale e sovranazionale, anche da coloro che, specie nelle Università e negli Istituti culturali, sono chiamati a formare le classi dirigenti di domani.

  1. Conclusione

 

La Nota in oggetto, che indirizza alla riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva della costituzione di un’Autorità pubblica a competenza universale, per quanto sin qui detto non vuole proporre un superpotere monocratico e irresistibile, e nemmeno condanna gli aspetti positivi del pensiero liberale, dal momento che riconosce la libertà dei mercati e il loro valore di beni «pubblici» – la Nota, a differenza di quanto hanno insinuato alcuni commentatori, è su posizioni ben diverse rispetto a quelle del marxismo collettivista ! -, necessari alla realizzazione del bene comune mondiale. Non intende rafforzare quel burocraticismo e quelle gestioni strumentali in mano a pochi, che spesso sono invalse e persistono nelle attuali Istituzioni internazionali, e purtroppo svolgono una funzione di «deterrenza» rispetto all’ideale della costituzione di un’Autorità pubblica a competenza universale. Il fatto che le Istituzioni sovranazionali registrino simili difetti non deve scoraggiare e far desistere dal proposito di lavorare per la loro riforma in un senso più democratico e più partecipato sul piano della gestione. Così, non deve rallentare un simile processo il fatto che in varie aree, come ad esempio in quella asiatica, si incontrino notevoli difficoltà culturali, come anche interessi nazionali contrapposti, che consentono solo blande forme di integrazione tra gli Stati sul piano economico, davvero insufficienti a supportare una solida cooperazione sul piano politico. Occorre, allora, che i responsabili politici e le varie Istituzioni culturali e religiose si mobilitino maggiormente, concorrendo a formare una nuova visione delle cose, una nuova mentalità e una nuova coscienza tra i popoli della terra, investendo soprattutto sulla presa d’atto dell’esistenza di un bene comune mondiale e della fraternità che unisce tutti in un’unica famiglia.

La proposta del governo della globalizzazione tramite un’Autorità pubblica a competenza universale, democratica e legittimata da tutti i popoli, si radica specialmente nelle esigenze del bene comune mondiale e della correlativa giustizia sociale.

Quanto viene suggerito dalla Nota sul piano dell’articolazione delle strutture, delle Istituzioni e delle regole è, dunque, motivato precipuamente sul piano delle ragioni morali, oltre che sul piano delle opportunità storiche offerte dalla globalizzazione. L’aspetto tecnico e i profili più pratici sono appena accennati, nella consapevolezza che la loro configurazione è opera che attiene agli esperti di Istituzioni internazionali e dipende ultimamente dalla volontà dei popoli nonché dalla discussione pubblica.

La Nota non fa «futurologia», immaginando come possa essere il risultato finale. Semplicemente richiama le ragioni che domandano la riforma urgente dell’architettura istituzionale sovranazionale, peraltro già auspicata dallo stesso G20 a Pittsburgh. Si tratta di ridimensionare il Leviatano economico, che di fatto esiste già come un superpotere organizzato sul piano sovranazionale, e che spesso tiranneggia le Nazioni.

In sostanza, la Nota mette in luce il fatto che, se si misconoscono le esigenze etiche del bene comune mondiale – che dev’essere particolarmente attento alle condizioni dei più diseredati –, come anche quelle della giustizia sociale globale e del principio della destinazione universale dei beni, difficilmente si possono comprendere le motivazioni per la costituzione di un’Autorità politica mondiale, nel senso proposto dalla Dottrina sociale della Chiesa.


[1] De coelo et mundo, I, 5, 271b 8-10. 

[2] Cf Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011.

[3] Cf Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Un nuovo patto finanziario internazionale 18 novembre 2008. Nota su finanza e sviluppo in vista della Conferenza promossa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Doha, Tipografia Vaticana, Città del Vaticano 2009. Prima ancora il Pontificio Consiglio si è interessato delle ricorrenti crisi finanziarie e della necessità di nuove istituzioni pubblicando i seguenti testi: ANTOINE DE SALINS-FRANÇOIS VILLEROY DE GALHAU, Il moderno sviluppo delle attività finanziarie alla luce delle esigenze etiche del cristianesimo, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1994; Social and Ethical Aspects of Economics, Atti relativi al I Seminario  di economisti organizzato il 5 novembre 1990 presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Vatican Press, Vatican City 1992; World Development and Economic Institutions, Atti del II Seminario di economisti organizzato il 4 gennaio 1993, Vatican Press, Vatican City 1994. Entrambi i Seminari sono stati possibili grazie alla collaborazione dei professori Ignazio Musu e Stefano Zamagni, esperti del Pontificio Consiglio.

[4] La Nota non intendeva recensire tutte le cause, quanto piuttosto analizzare soprattutto quelle di tipo antropologico ed etico, con speciale attenzione per quelle di tipo ideologico, nella linea tracciata dalla CIV.

[5] Cf Benedetto XVI, Caritas in veritate, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009.

[6] Leaders’ Statement, The Pittsburgh Summit, September 24-25, 2009; Annex, 1: «La crisi economica dimostra l’importanza di avviare una nuova era dell’economia globale fondata sulla responsabilità».

[7] Cf  Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace,  Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011, p. 29.

[8] Cf ad esempio T. Padoa-Schioppa, Regole e finanza. Contemperare libertà e rischi, Il Mulino, Bologna 2011, pp. 97-118.

[9] Cf Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale, pp. 24-25.

[10] Cf ib., pp. 26-27.

[11] Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, se inizialmente hanno saputo rispondere allo scenario successivo alla Seconda Guerra Mondiale, sembrano avere progressivamente perso il mandato e la vocazione universale impliciti agli Accordi di Bretton Woods di cui erano il frutto. In definitiva, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale non sono stati capaci di garantire l’obiettivo della stabilità monetaria e finanziaria, nonché uno sviluppo economico adeguato, in modo da vincere o almeno da ridimensionare significativamente le situazioni di povertà e di disuguaglianza. Anzi, spesso le hanno aggravate, contribuendo peraltro a ridurre notevolmente la propria credibilità internazionale.

[12] Cf Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale, pp. 27-28.

[13] Cf Ib., pp. 30-31.

[14] Ib., pp. 31-32.

[15] Le Nazioni Unite si sono più volte dichiarate pronte a riforme di grande ampiezza, a cominciare da quella del Consiglio di sicurezza. E, tuttavia, è chiaro che non esiste affatto un consenso mondiale a questo proposito. Bisogna, poi, osservare che, a fronte di problemi globali di enorme rilevanza, non esiste ancora un’Agenzia delle Nazioni Unite. Si pensi, ad esempio, al problema ambientale per il quale, a livello delle Nazioni Unite, è previsto soltanto un programma specifico, l’UNEP. Così, si pensi al problema del commercio internazionale per il quale disponiamo sì di un forum specifico, la WTO, che però non è una Agenzia delle Nazioni Unite, con cui intrattiene solo un rapporto di collaborazione. Inoltre, si pensi alle questioni del disarmo e del controllo degli armamenti e ai gravi problemi della Conferenza sul disarmo. Anche quest’ultima è un forum esterno alle Nazioni Unite. Si pensi, da ultimo, alla promozione e protezione dei diritti fondamentali dell’uomo, e alle difficoltà che incontra il Consiglio dei diritti dell’uomo.

[16] Con riferimento al superamento dell’attuale sproporzione delle Istituzioni internazionali, vale la pena qui di segnalare, oltre ai vari appelli che hanno suggerito l’evoluzione dell’ECOSOC, anche la proposta formulata dalla Commissione internazionale di esperti nominata nel 2009 dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite e presieduta dal premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, riguardante la riforma del sistema monetario e finanziario internazionale. Si tratta di una proposta che andrebbe oltre il G20, in quanto chiede di dar vita ad una nuova Istituzione rappresentativa globale che, nel rapporto della Commissione Stiglitz, viene chiamata «Consiglio per la Coordinazione Economica Globale». Questa Istituzione dovrebbe non soltanto coordinare le Agenzie specializzate e i programmi della Nazioni Unite, ma anche svolgere un compito di coordinamento per quanto riguarda le strategie delle Istituzioni finanziarie internazionali (FMI e Banca Mondiale) e della WTO, Istituzioni che dovrebbero essere adeguatamente rappresentate nel Consiglio.

[17] Nella pr